Pensieri

VINO DI SETTIMO

Mentre tutti mangiavano, scesi in cantina, tirai fuori dalla nicchia dietro al torchio la bottiglia, Passito di Settimo Rottaro, che avevo serbato quasi trent’anni prima.

E lì, nell’umido della cantina, bevo. Un bicchierino, a piccoli sorsi pensierosi… Permettendo alla mia voce e ai miei passi di tornare morbidi e sfiniti come quelli che aveva quando era ragazza.

Nell’opera di Laura Curino dedicata ad Olivetti è Elvira Sacerdoti (madre di Camillo) la protagonista di queste poetiche frasi; e se, come detto nella prefazione del libro, forse Elvira non aveva nascosto il vino, il quadro è certamente realistico. Salvador Benedetto Olivetti, marito di Elvira, era infatti un commerciante che si occupava di prodotti agricoli e all’esposizione industriale di Torino del 1858 portò, oltre al vino di Carema, Caluso, Bollengo e Piverone, vini di Settimo Rottaro (di annate tra 1821 e 1849) come rappresentanti delle migliori produzioni della zona.

Ancora oggi, inoltre è apprezzata la grande capacità di invecchiamento del passito di Settimo, in un recente concorso il vino migliore è risultato a sorpresa aver più di trenta anni (1973).

Oggi la produzione è fortemente ridotta ma in passato ogni famiglia produceva il vino bianco (passito) per le occasioni di festa, spesso le annate corrispondenti alla nascita venivano stappate solo alla maggiore età o addirittura al matrimonio.

Veronelli, grande conoscitore dei vini e delle tradizioni contadine, nella lettera di risposta all’invito del sindaco in occasione della sagra del salampatata, scriveva: “Non capito nel tuo Paese da troppi anni; tuttavia ricordo, assai bene, …alcuni strepitosi vini Passiti, dei contadini.

Aveva immediatamente associato a Settimo il passito della tradizione contadina.

Nel 1833 Lorenzo Francesco Gatta nel “Saggio intorno alle viti ed ai vini della provincia d’Ivrea”

I vini bianchi di alcune terre di questa provincia sono pure pregiati; e tali specialmente sono quelli di Settimo Rottaro, Caluso, Orio e Lessolo, che, ben fatti, hanno un colore di paglia, son sottili, spiritosi e tendenti al dolce. In questi quattro paesi se ne fa un oggetto di speculazione, e si vendedi ordinario il decuplo del nero. Conservate, ed appassite sulle stuoje o sulla paglia le uve sino al febbrajo o marzo, si pigiano, se ne spreme il mosto mediante il torchio, e messolo in botti fortissime turate a forza, si lascia fermentare a poco a poco per assai lungo tempo, quindi si travasa in altra botte, o s’imbottiglia, né si beve che all’età di tre anni: esso è molto serbatojo…"

L’uva bianca più estesa, e che s’impiega unicamente alla fabbricazione degli accennati vini di Caluso, Orio, Settimo-Rottaro, Lessolo, si è l’erbalus, che a Caluso viene pure indicata col nome di bianc-roustì, uva roustia (uva arrostita)…

Il Gatta segnala comunque che le uve bianche a Settimo “stanno alle nere come 1 a 10” ed indica i vitigni neri di Settimo come rappresentativi non solo delle viti di Azeglio ma anche per illustrare i vitigni di Borgomasino, Tina, Caravino, Masino, Vestignè di cui perse gli appunti.

Sempre nell’Ottocento G. Gallesio nella “Pomona Italiana” (pubblicato a Pisa tra il 1817 e il 1839), descrivendo i vini a base di “Nebbiolo canavesano” scrive:”I più pregiati sono quelli di Carema, ove il Nebbiolo è quasi esclusivo come a Gattinara, quelli di Giambava ov’è il dominante, e quelli di Piverone, di Settimo e di Bullengo, ove non è mescolato che col Neretto e colla Fresia.”

Una descrizione del vitigno erbaluce si trova nel “Della eccellenza e diversità de i vini che nella montagna di Torino si fanno e del modo di farli” scritto nel 1606 da Giovan Battista Croce:

Elbalus è uva bianca così detta, come albaluce, perché biancheggiando risplende: fa li grani rotondi, folti e copiosi, hà il guscio, ò sia la scorza dura: matura diviene rostita, colorita, si mantiene in su la pianta assai: è buona da mangiare, à questo fine si conserva: fa i vini buoni, stomacali.

Già nel 1500 Sante Lancerio, bottigliere del papa segnalava il vino ottenuto da tali uve.


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